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    Scarica Libro Gratis giorni (Tascabili Vol. ) pdf gratis italiano è un libro per principianti. Download Gratis Libri (PDF, EPUB, KINDLE) da casa. Quando la mattina del 2 marzo , mentre si reca a scuola, un uomo la trascina in un furgone bianco, il primo pensier. Scarica gratis giorni del libro PDF/MOBI/EPUB giorni è stato scritto da chi è conosciuto come autore e ha scritto molti libri interessanti con una. Ed è proprio quello che è successo alla protagonista, Natascha Kampusch, rapita a Vienna il 2 marzo all'età di 10 anni, da Wolfgang. giorni è un eBook di Kampusch, Natascha pubblicato da Bompiani a Il file è in formato PDF con DRM: risparmia online con le offerte IBS!.

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    Perché "Becoming" sarà il libro dell'autunno, e non solo in Italia: ovunque. È stato qui che i suoi genitori, Fraser e Marian Robinson, le hanno insegnato a parlare con schiettezza e a non avere paura. Avete presente quando i presidenti si esprimevano con frasi elaborate anziché con tweet frizzanti? David Litt, scrittore di discorsi, se lo ricorda bene Come molti ventenni, David Litt si è spesso sentito in imbarazzo davanti al capo del suo capo.

    A soli ventiquattro anni, Litt è diventato uno dei più giovani autori di discorsi della Casa Bianca che la storia ricordi.

    Ma dove si trovava esattamente il fegato? Avrei trovato il punto giusto? Con che cosa lo dovevo colpire? E, soprattutto, ne sarei stata capace?

    Uccidere un uomo, io, una bambina? Pensai a Dio. In una situazione come la mia, era permesso uccidere qualcuno, anche se non si aveva altra scelta? Non uccidere. Cercai di ricordarmi se durante l'ora di religione avessimo parlato di questo comandamento, se la Bibbia faceva delle eccezioni. Non me ne venne in mente nessuna. Il rapitore era tornato.

    Aveva portato un materasso stretto e alto appena otto centimetri, di gommapiuma, che mise sul pavimento. Sembrava appartenere all'esercito o a un lettino da giardino.

    Il rapitore aveva portato tutto quello che gli avevo chiesto. E addirittura dei biscotti. Biscotti al burro coperti da uno spesso strato di cioccolata. I miei biscotti preferiti, che in verità non avrei dovuto più mangiare perché ero troppo grassa.

    Sei già abbastanza paffuta. E il senso di felicità quando la cioccolata si scioglieva lentamente in bocca. Sapevo che non ce l'avrei fatta a inghiottirli. Il rapitore mi tenne il pacchetto sotto il naso, fino a quando ne presi uno. Lo sbriciolai. Un paio di pezzetti di cioccolata si staccarono e me li misi in bocca.

    Di più non riuscii a mangiare. Ma sei molto più intelligente di quel che vuoi farmi credere! Avevo fatto qualcosa di sbagliato? E che trasmittente potevo mai avere nel mio zaino, nel quale, oltre a un paio di libri e alle matite, c'erano solo i miei panini? Allora non seppi cosa pensare del suo strano comportamento. Oggi quella frase è per me il primo indizio che il rapitore era paranoico e psichicamente malato. Allora non esistevano delle trasmittenti da dare ai bambini per localizzarli, e persino oggi che questa possibilità esiste, è comunque una cosa molto inconsueta.

    Ma per il rapitore il pericolo che nel tenessi nascosti nel mio zaino certi futuristici mezzi di comunicazione era reale. Il suo ruolo in questo mondo cambiava repentinamente: un momento mi pareva che volesse rendermi quel soggiorno coatto nella sua cantina il più piacevole possibile. Un attimo dopo vedeva in me - la bambina che non aveva forza, armi e tanto meno una radiotrasmittente - un nemico che attentava alla sua vita.

    Ero la vittima di un pazzo ed ero diventata una pedina nel mondo malato dentro la sua testa. E tuttavia allora non me ne accorsi. Non ne sapevo niente di malattie psichiche, impulsi e disturbi paranoici che inducono le persone che ne soffrono a creare una nuova realtà.

    Io lo trattavo come un adulto normale. E da bambina non avevo comunque mai capito i pensieri e le motivazioni degli adulti. Le preghiere e le suppliche non ebbero alcun successo: il rapitore prese lo zaino e si diresse alla porta.

    Si apriva verso l'interno e dalla parte della prigione non c'era una maniglia, ma solo un piccolo pomello tondo, talmente allentato che si sfilava dal legno senza difficoltà. Quando la porta si chiuse, cominciai a piangere. Ero sola, chiusa in una stanza spoglia, da qualche parte sotto terra. Senza il mio zaino, senza il pane che mia madre aveva imburrato per me poche ore prima. Senza i tovagliolini in cui era avvolto. Avevo l'impressione che il rapitore mi avesse strappato una parte di me, come se avesse tagliato il filo che mi univa a mia madre e alla mia vecchia vita.

    Mi rannicchiai sul materasso, in un angolo, e piagnucolai piano, tra me. Le pareti rivestite di legno sembravano avvicinarsi, mi pareva che il soffitto mi cadesse addosso. Il mio respiro era veloce e leggero, mi mancava l'aria, mentre la paura mi stringeva sempre di più.

    Era una sensazione tremenda. Da adulta ho pensato spesso a come abbia fatto a superare quel momento. Era una situazione talmente inquietante che avrebbe potuto distruggermi subito, all'inizio della mia prigionia. Oggi so che allora regredii interiormente. Per non crollare.

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    Questa regressione intuitiva allo stadio comportamentale di un bambino piccolo, fu il secondo cambiamento importante di quel giorno. Fu il disperato tentativo di creare una piccola isola familiare in una situazione senza via d'uscita.

    Desiderai che mi desse addirittura un bacio, come faceva sempre mia madre prima di chiudere piano, dietro di sé, la porta della mia stanza. Tutto per mantenere un'illusione di normalità. E lui stette al gioco.

    Alla fine mi dette un bacio sulla fronte. Per un momento ebbi la sensazione di essere nel mio morbido letto, nella mia cameretta. Solo quando la porta si chiuse dietro di lui, l'illusione che mi proteggeva si ruppe come una bolla di sapone.

    Non dormii quella notte. Con indosso il mio vestito che non avevo voluto togliere, mi girai di qua e di là, inquieta, sul materasso sottile.

    Inutile speranza di salvezza Le prime settimane nella segreta "Le autorità austriache si stanno occupando della scomparsa di una bambina di dieci anni, Natascha Kampusch. La bambina è stata vista l'ultima volta il due marzo. Il tratto di strada fino alla scuola, sul quale si sono perdute le tracce di Natascha, è abbastanza lungo. Pare che una bambina con una giacca a vento rossa sia stata trascinata in un furgone bianco. Allora non sapevo ancora quanto fosse sicuro l'accesso alla mia cella, ma in base alla lentezza con cui si avvicinavano i rumori, costatai che aveva bisogno di molto tempo per aprire.

    Il suo viso era dolce e al primo sguardo non faceva presagire niente di cattivo. Solo quando ci si soffermava a osservarlo più a lungo, si notava l'ombra della pazzia in agguato dietro la facciata borghese e conformista.

    Lo tempestai subito di domande: "Quando mi lasci libera? Non mi voltava mai le spalle ed io dovevo sempre restare a un metro di distanza da lui. Provai a minacciarlo: "Se non mi lasci andare subito, avrai dei grossi problemi! La polizia mi sta già cercando, mi troverà e presto sarà qui! E allora tu dovrai andare in prigione! Questo non lo vuoi, vero? Tesi l'orecchio, disperata, nella speranza che tornasse da me. Ero completamente tagliata fuori dal mondo esterno.

    Attraverso le crepe dei pannelli di legno non penetrava nessun suono e non filtrava nemmeno un po' di luce. L'aria puzzava di muffa e si posava su di me come un sottile strato di umidità che non riuscivo a togliermi di dosso. L'unico rumore che mi teneva compagnia era il ronzio del ventilatore che soffiava l'aria dalla soffitta nella mia prigione, attraverso un tubo nel soffitto che passava dal garage.

    Quando il ventilatore si surriscaldava, cominciava a puzzare e le pale si piegavano. Allora quel suono stridulo rallentava e subentrava un rumore nuovo. E poi il ronzio ricominciava. C'erano dei giorni in cui questo rumore assillante riempiva non solo ogni angolo della stanza, ma anche tutti quelli nella mia testa. Ero stata io a pregarlo di questo, perché avevo paura a stare sola nella totale oscurità in cui sprofondava la stanza, non appena il rapitore svitava la lampadina.

    Ma la luce persistente e abbagliante era quasi altrettanto orribile. Mi faceva male agli occhi e mi mise in uno stato di veglia dal quale non riuscivo più a uscire: anche quando mi tiravo la coperta sulla testa per attenuare il chiarore, il mio sonno era inquieto e leggero.

    La paura e la luce abbagliante non mi concedevano mai qualcosa di più di un leggero dormiveglia, dal quale mi scuotevo con la sensazione che fosse pieno giorno. Ma nella luce artificiale di quella cantina chiusa ermeticamente, non c'era più nessuna differenza tra il giorno e la notte. Oggi so che esporre i prigionieri alla luce artificiale continua era un metodo di tortura diffuso, e in alcuni Paesi lo è ancora.

    Le piante deperiscono quando sono esposte costantemente alla luce, gli animali muoiono. Come quello ronzante e stridulo del ventilatore. Mi pareva di essere chiusa viva in una cassaforte sotterranea. La mia prigione non era esattamente rettangolare: lunga circa due metri e settanta centimetri, larga un metro e ottanta e alta due metri e quaranta centimetri scarsi. Undici metri cubi e mezzo di aria viziata. Nemmeno cinque metri quadrati di superficie calpestabile, sui quali camminavo su e giù come una tigre in gabbia, di continuo, da una parete all'altra.

    Sei piccoli passi avanti e sei indietro misuravano la lunghezza. Quattro passi avanti e quattro indietro misuravano la larghezza. Con venti passi facevo il giro della cella.

    Camminare attenuava solo leggermente il mio panico. Non appena mi fermavo, non appena cessava il rumore dei miei passi sul pavimento, lo sentivo risalire dentro di me. Avevo la nausea e avevo paura di impazzire. Ventuno, ventidue, sessanta. Sei in avanti, quattro a sinistra. Quattro a destra, sei indietro. La sensazione che non ci fosse via d'uscita mi attanagliava sempre di più. Allo stesso tempo sapevo che non dovevo lasciarmi schiacciare dalla paura, che dovevo fare qualcosa.

    Presi una delle bottiglie d'acqua che il rapitore aveva usato per portarmi l'acqua di rubinetto fresca, e cominciai a martellare con tutta la mia forza contro il rivestimento delle pareti.

    Alla fine non fu che un tamburellare disperato al quale si mescolavano le mie grida di aiuto. Non venne nessuno. Nessuno mi aveva sentito, forse nemmeno il rapitore. Crollai esausta sul mio materasso e mi rannicchiai come un piccolo animale. Le mie grida si tramutarono in singhiozzi.

    Mi fece pensare alla mia infanzia, quando piangevo per un nonnulla e ne dimenticavo velocemente il motivo. Mia madre aveva avvisato la polizia il giorno prima, verso sera. Quando non mi ero presentata a casa all'orario convenuto, aveva telefonato prima al doposcuola e poi alla scuola. Nessuno sapeva spiegarsi la mia scomparsa. Dai vecchi giornali so che centinaia di poliziotti con i cani perlustrarono la zona intorno alla mia scuola elementare e al complesso residenziale dove abitavo.

    Non c'era nessun indizio che avrebbe potuto limitare il raggio delle ricerche. Furono impiegati gli elicotteri, in tutte le scuole furono affissi dei manifesti. Ogni ora arrivavano alla polizia segnalazioni di persone che dicevano di avermi vista in posti diversi.

    Ma nessuna di esse conduceva a me. Nei primi giorni di prigionia cercavo continuamente di immaginare cosa stesse facendo mia madre. Come mi cercasse dappertutto e come la sua speranza si affievolisse giorno dopo giorno. Mi mancava a tal punto che quel senso di perdita minacciava di logorarmi interiormente. Avrei dato qualsiasi cosa pur di averla con me, con la sua energia e la sua forza.

    Riflettendoci adesso, mi stupisco di quanto il litigio con mia madre abbia pesato nell'interpretazione che i media dettero del mio caso. Come se il fatto che me ne ero andata senza salutarla, fosse stato un indizio che la diceva lunga sul mio rapporto con lei. Senza mia madre, senza mio padre, ero priva di difese e sapere che non avevano mie notizie, mi rattristava terribilmente.

    C'erano giorni in cui l'ansia e la preoccupazione per i miei genitori mi opprimevano più della mia stessa paura. Trascorrevo ore a riflettere sul modo per riuscire almeno a fare sapere loro che ero viva. In modo che non fossero del tutto disperati. Nel primo periodo della mia prigionia, speravo ancora ogni giorno, ogni ora, che la porta si aprisse e qualcuno arrivasse a salvarmi.

    Ma i giorni passavano e non venne nessuno. A parte il rapitore. A posteriori, mi sembra evidente che Priklopil avesse pianificato il rapimento già da molto tempo: per quale motivo, altrimenti, avrebbe dovuto costruire per anni una segreta che si apriva soltanto dall'esterno e che era grande appena a sufficienza perché una persona potesse sopravviverci. Ma il rapitore e questo lo sperimentai di continuo negli anni di prigionia era un paranoico, una persona paurosa, convinta che il mondo fosse cattivo e che la gente gli stesse alle calcagna.

    È quindi anche possibile che abbia costruito la segreta come bunker, per prepararsi a un attacco atomico o alla terza guerra mondiale; come rifugio per sfuggire a tutti coloro dai quali si sentiva presumibilmente perseguitato. Anche le dichiarazioni dell'ex collega del rapitore, Ernst Holzapfel, rendono ammissibili entrambe le interpretazioni. In seguito, Holzapfel fece mettere a verbale che una volta il rapitore gli aveva chiesto come fare per insonorizzare una stanza in modo che nel resto della casa non si udisse un trapano a percussione.

    Al contrario: sembrava un uomo al quale un lontano conoscente avesse affidato un bambino non amato e che adesso non sapeva come comportarsi con quella piccola creatura e i suoi bisogni. Già la prima mattina, il rapitore mi chiese cosa volevo mangiare. Volli una tisana ai frutti e un chifel. Un'altra volta lo pregai di portarmi dei bastoncini salati con senape e miele. Anche questa "ordinazione" fu sbrigata subito. Mi sembrava molto strano che quell'uomo esaudisse tutti i miei desideri, sebbene mi avesse privato di tutto.

    La sua inclinazione a trattarmi come una bambina piccola aveva tuttavia anche i suoi lati spiacevoli. Mi sbucciava le arance e me le infilava in bocca, spicchio dopo spicchio, come se non fossi capace di mangiare da sola. La sera mi costringeva ad aprire la bocca e mi puliva i denti come si fa con un bambino di tre anni che non sa ancora tenere in mano lo spazzolino. Mi sentivo regredita, come se il rapitore mi avesse tolto l'ultimo rimasuglio di dignità che, in quella situazione, cercavo di conservare.

    Allo stesso tempo sapevo di essere stata io stessa a mettermi in quello stadio che mi assicurava un certo grado di protezione. Perché già dal primo giorno mi era toccato sperimentare quanto il rapitore, nella sua paranoia, oscillasse tra il trattarmi come se fossi troppo piccola oppure troppo indipendente.

    Mi adattai al mio ruolo e quando il rapitore, la volta successiva, tornava nella segreta per portarmi da mangiare, facevo di tutto perché rimanesse. Lo supplicavo. Lo pregavo. Lottavo per ottenere la sua attenzione, perché si occupasse di me, giocasse con me. Passare il tempo da sola nella prigione mi faceva impazzire. La situazione mi sembrava irreale, come un film dell'assurdo: nessuno, nel mondo là fuori, avrebbe creduto che la vittima di un sequestro facesse di tutto per giocare a "Non t'arrabbiare" con il suo rapitore.

    Ma il mondo esterno non era più il mio mondo. Ero una bambina, ero sola e c'era soltanto una persona che poteva salvarmi da quella angosciosa solitudine: colui che me l'aveva causata. Sedevo con il rapitore sul mio materassino, mescolavo e tiravo i dadi. Fissavo gli schemi sulla scacchiera, le piccole figure colorate, e cercavo di dimenticare lo spazio che mi circondava e di immaginare che il rapitore fosse un amico di mio padre che generosamente sacrificava un po' del suo tempo per giocare con una bambina.

    Più riuscivo a farmi prendere dal gioco, più il panico diminuiva. Sapevo che la paura stava sempre in agguato in qualche angolo, sempre pronta al salto. Quando stavo per vincere una partita, commettevo un errore senza darlo a vedere, per rimandare il momento incombente in cui sarei stata sola.

    Perché durante tutte le sue visite, il rapitore parlava dei suoi presunti committenti, con i quali aveva parlato concitatamente al telefono già durante il rapimento e che, a suo dire, mi avevano "commissionato".

    Come sempre partivo dal presupposto che si trattasse di un giro di pornografia infantile. Il rapitore stesso mormorava di continuo che sarebbe venuta della gente a fotografarmi e "a fare altre cose con me", cosa che confermava i miei timori.

    Certo, qualche volta mi passava per la testa che la storia che mi aveva raccontato non stesse in piedi e che questi inquietanti committenti probabilmente non esistessero affatto.

    Probabilmente la storia dei mandanti se l'era solo inventata per intimidirmi.

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    Tuttavia non lo sapevo con certezza e anche se fossero stati solo un'invenzione, servivano allo scopo: vivevo continuamente nella paura che da un momento all'altro un'orda di uomini cattivi venisse nella mia prigione e si avventasse su di me. Le immagini e i frammenti di reportage che negli ultimi mesi avevo colto nei media, si addensavano a formare scenari sempre più terribili. Cercavo di scacciarli dalla mia mente e nello stesso tempo, immaginavo tutto quello che quei criminali mi avrebbero fatto.

    Come poteva mai funzionare con una bambina piccola. Quali oggetti avrebbero usato. Quando ero sola, cercavo sempre di mettermi in un punto da dove riuscivo a tenere d'occhio la porta. Di notte dormivo come un animale braccato, con un occhio aperto, in costante stato di allerta: non volevo che gli uomini ai quali presumibilmente dovevo essere consegnata mi sorprendessero inerme, nel sonno.

    Ero sotto tensione in ogni secondo, sempre carica di adrenalina e sospinta da una paura alla quale, in quella piccola stanza, non riuscivo a sottrarmi. La paura dei presunti "veri destinatari" faceva apparire l'uomo che mi dava a intendere di avermi rapito per loro conto, un sostegno premuroso e gentile: fintanto che rimanevo con lui, l'orrore che mi aspettavo di dover subire non si sarebbe verificato. La mia biancheria, le calzamaglie di Palmers, il vestito, la giacca a vento.

    Il rapitore aveva bruciato le mie scarpe per distruggere eventuali tracce. Erano delle scarpe con una zeppa alta che avevo ricevuto in dono per il mio decimo compleanno. Quando quel giorno ero andata in cucina, sul tavolo c'era una torta con dieci candeline e, accanto, una scatola avvolta in una carta patinata colorata.

    Presi fiato e spensi le candeline. Poi staccai le strisce di nastro adesivo e misi da parte la carta. Per settimane avevo tormentato mia madre pregandola di comprare anche a me le scarpe come portavano tutte le altre bambine. Ma mia madre aveva rifiutato categoricamente: non era roba per bambini, non ci si camminava bene. E adesso erano davanti a me: delle ballerine di pelle scamosciata con un laccio sottile sul collo del piede e, sotto, una spessa zeppa di gomma.

    Ero felice! Quelle scarpe, che mi facevano crescere di colpo di tre centimetri, mi avrebbero senz'altro facilitato la strada nella mia nuova, più consapevole vita. L'ultimo regalo di mia madre. E lui lo aveva bruciato. Adesso il rapitore mi dette un suo vecchio pullover e delle magliette a costine, verde militare, che evidentemente aveva conservato dai tempi del servizio di leva.

    Queste cose mitigavano, di notte, il freddo che veniva da fuori. Contro il freddo che sentivo dentro, tenni sempre addosso uno dei miei capi di vestiario. La superficie era fissata a delle molle di metallo che cigolavano piano, a ogni movimento. Quel rumore mi avrebbe accompagnato nei lunghi giorni e nelle lunghe notti nella segreta durante i sei mesi successivi.

    Il mio primo pensiero fu di far pervenire un messaggio ai miei genitori. Presi carta e penna e cominciai a scrivere una lettera indirizzata a loro. Impiegai molte ore per formularla con attenzione, e trovai addirittura un modo per comunicare loro dove mi trovavo: sapevo, infatti, che ero da qualche parte a Strasshof, dove vivevano anche i suoceri di mia sorella.

    Speravo che un accenno alla loro famiglia sarebbe bastato per mettere i miei genitori - e la polizia sulla pista giusta. Per dimostrare che avevo scritto io stessa la lettera, allegai una foto che tenevo nel mio astuccio.

    Era stata fatta l'inverno dell'anno prima e mi ritraeva mentre pattinavo sul ghiaccio, imbacuccata in una tuta spessa, con un sorriso sul volto, le guance rosse. Un mondo in cui, dopo un pomeriggio sul ghiaccio, una volta a casa, mi immergevo nella vasca da bagno e poi guardavo la televisione bevendo una cioccolata calda.

    Fissai la foto per alcuni minuti e mi impressi nella mente ogni dettaglio, per non dimenticare mai la sensazione che associavo a quella gita. Intuivo, probabilmente, che dovevo serbare ogni ricordo felice per ricorrervi nei momenti bui. Poi misi la foto nella lettera e con un altro foglio di carta realizzai una busta. Con un misto di ingenuità e fiducia aspettai il rapitore. Lo pregai e lo supplicai di non lasciare i miei genitori ancora a lungo nell'incertezza.

    Quello che aveva fatto era una cosa cattiva, ma lasciare soffrire i miei genitori era molto peggio. Continuai a cercare delle ragioni, il perché e il percome, e gli assicurai che non gli sarebbe successo niente a causa di quella lettera.

    L'aveva letta lui stesso e sapeva, quindi, che in essa non svelavo niente. Il rapitore disse a lungo "no" ma poi, improvvisamente, cedette. Fu molto ingenuo da parte mia, ma volli credergli, semplicemente. Mi sdraiai sul lettino e immaginai i miei genitori che aprivano la lettera, trovavano la mia indicazione nascosta e venivano a liberarmi.

    Pazienza, dovevo avere solo un po' di pazienza, poi quell'incubo sarebbe finito. Mi fece capire che erano stati i suoi committenti, che non volevano che prendessi contatto con i miei genitori.

    E nello stesso tempo, il rapitore si metteva nella posizione del protettore: in fondo, aveva voluto esaudire il mio desiderio e ci si era impegnato a tal punto da essere ferito. Oggi so che non aveva mai avuto intenzione di spedire quella lettera e che probabilmente l'aveva bruciata come tutte le altre cose che mi aveva tolto. Allora volli credergli. Nelle prime settimane il rapitore fece di tutto per non danneggiare la sua immagine di presunto protettore.

    Era un vecchio Commodore C64 con poca memoria ma provvisto di floppy-disc con dei giochi con i quali potevo distrarmi. Mi piaceva soprattutto giocare a una specie di "mangia-tutto". In questo gioco bisognava guidare una bambina dentro un labirinto sotterraneo, dove doveva evitare dei mostri emangiare dei punti-buono: una versione un po' rivista di Pacman. Passavo le ore a collezionare punti. Talvolta, quando il rapitore era nella prigione, dividevamo lo schermo e giocavamo l'uno contro l'altra.

    Allora l'uomo adulto concedeva spesso alla bambina di vincere. Mi rendo conto solo oggi dell'analogia con la mia situazione in quella cantina, dove, in ogni momento, potevano fare irruzione deimostri ai quali dovevo sfuggire.

    I miei punti-buono erano le ricompense, come quel computer, "vinte" con un comportamento "irreprensibile". Quando mi stufavo del gioco "mangia-tutto", passavo a Space-Pilot, dove i giocatori volano nello spazio abbattendo navicelle spaziali sconosciute.

    Il terzo gioco installato sul mio C64 era un gioco strategico chiamato Kaiser qui, i giocatori dominano i popoli e combattono l'uno contro l'altro per conquistare il titolo di imperatore. Il rapitore amava questo gioco più di tutti gli altri. Mandava i suoi popoli in guerra con entusiasmo, li lasciava patire la fame o li costringeva ai lavori forzati, fintanto che questo serviva ad accrescere il suo potere e le schiere dei suoi soldati non ne erano decimate.

    Tutto questo succedeva ancora in un mondo virtuale. Ma non sarebbe passato molto tempo prima che il rapitore mi mostrasse il suo secondo volto. Qualche volta bastava che facessi un movimento brusco, perché cambiasse umore.

    Oppure quando lo guardavo, sebbene volesse che tenessi lo sguardo fisso per terra. Allora mi insultava e mi accusava una volta su due di imbrogliarlo, di fingere. Era probabilmente l'insicurezza di non sapere se non fossi davvero in grado di comunicare con il mondo esterno che lo portava a farneticare. Non gli piaceva quando mi ostinavo sulla mia posizione e sostenevo che mi stava facendo un torto.

    Voleva sentire approvazione, quando mi portava qualcosa. Lode per la fatica, ad esempio, che aveva fatto a causa mia, solo per trasportare nella mia cella la pesante stufa elettrica. Già allora cercai, come meglio potei, di negargliela: "Io sono qui solo perché tu mi ci hai rinchiusa.

    Oggi che sono adulta mi sorprende che la mia paura, il panico sempre ricorrente, non fosse rivolto contro la persona del rapitore. Forse era una reazione al suo aspetto poco appariscente, alla sua insicurezza o il risultato della sua strategia, di farmi sentire al sicuro in quella insopportabile situazione quanto più a lungo possibile, rendendosi indispensabile come figura di riferimento.

    Nella mia situazione, la minaccia veniva dalla prigione sotterranea, dalle pareti e dalle porte chiuse, e dai presunti committenti. In alcuni momenti, il rapitore stesso dava l'impressione che quel crimine fosse solo una posa che aveva assunto, ma che non si accordava con la sua personalità.

    Nel mio immaginario infantile, il rapitore aveva deciso, a un certo punto, di diventare un delinquente e di compiere un'azione cattiva. Non avevo dubbi che il suo gesto fosse un crimine che doveva essere anche punito.

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    La prigionia non è solo fisica, ma anche e soprattutto mentale. Il racconto è lucido e devastante per chi lo legge,e se manca ogni riferimento agli abusi sessuali è solo perchè Natascha ha scelto di tenere per sè almeno questa sfera intima, essendo stata privata di tutta una parte della sua vita. Dopo qualche ora il suo aguzzino si getta sotto un treno.

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    3096 giorni

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